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Si riporta,di seguito, il discorso del conte G. Pasolini, commissario del Re reggente la Prefettura, col quale si aprì la prima seduta del Consiglio Provinciale di Venezia, il 21 gennaio 1867.

Signori,
sono lieto di inaugurare con voi questa prima adunanza del Consiglio provinciale di Venezia. Imperocchè con questo si compie quel primo assetto degli ordini liberi, che fu l’incarico affidatomi dalla fiducia del Re e del suo Governo quando m’inviavano qui ne’ giorni felici, che primi videro cessato il dominio straniero anche in questa bella parte d’Italia. Nella quale all’acquisto della indipendenza quello altresì congiungendosi della libertà, accadeva che di stato politico in felicissimo e pessimo si venisse ad un tratto a quello ottimo, che ai popoli più civili si addice. Ora questi mutamenti negli ordini governativi, anche passando dall’assoluto al libero reggimento, rado è che avvengano senza difficoltà gravissime e senza rischi.
E fu il senno vostro, quel senno che portò tanto alta la fama degli avi vostri, che appianò e rese scevra d’inciampi una via, che per sé medesima era piena di pericoli.
E ciò tanto più, perché lo Statuto liberale della Monarchia italiana, non pure consente quelle libertà politiche, che francano il cittadino dall’arbitrio altrui, ed alle quali unico e necessario limite è l’esercizio del reciproco diritto; ma regola la nostra legislazione amministrativa in modo, che il paese ha piena balìa nel governo dei suoi interessi, e gli affari si compiono là dove hanno origine e sede naturale.
Di qui l’autonomia del Comune, la cui amministrazione ha fondamento sulla larga base elettiva di coloro tutti che in essa hanno interesse.
Chi ponga mente al capo della legge, nel quale è stabilito quale sia la ingerenza governativa nell’amministrazione comunale, vedrà facilmente come quella sia ristretta a vegliare, perché intatta si serbi la esecuzione della legge medesima. Se un limite è posto a quell’amministrazione; se una tutela è data all’esercizio de’ suoi doveri, questa non è confidata al Governo, ma sibbene alla Deputazione provinciale. Ora, quel principio elettivo, che governa la formazione dei Consigli comunali, governa ancora la formazione del Consiglio provinciale, ch’è appunto l’oggetto dell’odierna vostra adunanza. E come il Consiglio provinciale ordina liberamente tutto che ha riguardo agli affari provinciali, la Deputazione da lui nominata, oltreché prepara i subbietti delle deliberazioni del Consiglio, ne eseguisce i provvedimenti, e come autorità superiore e indipendente esercita la tutela sulle Amministrazioni municipali e sulle altre Amministrazioni locali, che a tutela sono soggette, siccome quelle importantissime che reggono le opere pie.
Sicchè, per l’autonomia data ai Comuni e alle Provincie, e per la libera elezione di coloro che debbono provvedere agli affari del Comune e della Provincia, ogni diretta ingerenza è tolta al Governo, la cui autorità a questo solo si limita di provvedere, che nei rispettivi uffici l’ordine generale non venga turbato, e sia la legge eseguita.
Vero è, o signori, che le condizioni speciali di questa Provincia, nuovamente congiunta al Regno d’Italia, condussero il legislatore a stabilire disposizioni transitorie, per le quali le attribuzioni vostre rimangono circoscritte, e sottoposte in gran parte a leggi anteriori.
O sia che il trapasso dall’antico al nuovo ordinamento, perché non sia turbativo, voglia farsi gradatamente, o sia che prima di togliere tutto, voglia vedersi se alcun che meriti di essere conservato, e perciò esteso alle altre Provincie del Regno, la prudenza del legislatore non è certo da condannare.
Questa disforme legislazione vi sarà, non ha dubbio, cagione di difficoltà non poche, che l’avvedimento e la esperienza vostra sapranno vincere di leggieri.
E queste difficoltà furono ancora più gravi al primo iniziarsi qui del Governo; sicché straordinarie facoltà furono accordate dalla legge ai Commissari, che, in nome del Re, qui vennero primi a governare. Quanto a me, cui toccò l’insigne onore d’iniziare il Governo di Venezia stessa e nella sua Provincia, pensai che di quelle facoltà era dovere usare il meno che fosse possibile.
I pensieri, gli affetti, i dolori medesimi, già da tempo avevano riunito gli animi di tutt’i figli d’Italia; non si allargavano qui i confini d’un Regno sopra un popolo soggiogato; ma una Provincia italiana rientrava nel comune diritto. Procacciai però che i nuovi pubblici uffici prontamente esercitassero le funzioni loro; a’ Consigli, alle Deputazioni comunali, non toccai con governativa autorità, se non che dove pareva d’indispensabile convenienza; in obbedienza alla Legge nominai una Congregazione provinciale di cittadini specchiati e sapienti, ai quali parmi dovere qui pubblico ringraziamento per l’opera indefessa ed utilissima da loro prestata; provvidi perché la Guardia nazionale si ordinasse, e perché, secondo il vero spirito della legge, non divenisse fin dal suo nascere una vana pompa e inutile peso ai cittadini. La pubblica sicurezza, che ne’ politici rivolgimenti così facilmente pericola, non appena parve risentirsi dei freni allentati, fu raffermata e ricondotta alle più lodevoli condizioni. Il pubblico insegnamento, che, per mutarsi di uomini, d’indirizzo, di tendenze, non era senza rischio di turbamento, al solito tempo riprese, e, per quanto dall’Autorità locale può dipendere, viene innanzi bene ordinato ed efficace.
Coll’opera di benemeriti cittadini fu messo in chiaro ciò che al diritto, al lustro, alle antiche memorie di Venezia era stato ingiustamente rapito; ai pubblici lavori fu dato impulso straordinario per quanto le leggi della pubblica amministrazione lo consentivano, sicchè pubbliche costruzioni, già da tempo sospese e abbandonate, poterono senza dimora riprendersi.
Il Governo superiore aveva intanto ordinate e poste in atto due Commissioni per quelle cose che sono qui di capitale importanza, e che riguardano interamente l’autorità ministeriale e del Parlamento; intendo quella pei lavori dei porti e canali della Laguna, e l’altra marittima amministrativa per l’Arsenale e il Dipartimento marittimo. Non è di questo luogo il discorrerne; ricorderò piuttosto le Commissioni che, e per legge, e per superiore disposizione, avevano ad esercitare pubblici servigi, e già impresero le funzioni loro come quella centrale per l’amministrazione del fondo territoriale; quella per la reintegrazione degl’impiegati dimessi per cause politiche; quella per la conservazione dei monumenti patri, mentre un altra ne fu proposta per gli studi di storia patria.
La Commissione per l’Esposizione universale, quella sulla storia del lavoro, e una speciale sull’agricoltura conducono innanzi con tutta alacrità i loro studi; e quella specialissima per la distribuzione del generoso dono di L. 120,000, che S. M. fece ai poveri, con particolare preferenza ai benemeriti per azioni patriottiche, già compì felicemente l’opera sua.
Le opere pie, lo svincolo dei feudi, sanità pubblica, la Camera di commercio e d’industria attendono le disposizioni legislative, già proposte perché su di esse il nuovo ordinamento possa compiersi.
Scuole serali si aprivano per lodevolissima privata iniziativa, favorita dal Governo.
Progetti di Banche popolari, di nuova Banca di sconto, di Società di navigazione, furono da privati sottoposti all’Autorità superiore.
Vennero intanto le elezioni politiche, e le elezioni amministrative. Il Governo, che aveva rispettato tutti, che aveva vissuto qui come in mezzo ad antica famiglia, non fomentando discordie, non accettando partiti, ma invocando in certe guise la cooperazione di tutti, rispettò fino allo scrupolo la libera manifestazione dei voti; il verdetto delle urne non fu turbato da sconcio veruno; ed è così che, mandati al Parlamento i vostri rappresentanti, composti i Consigli comunali e le Giunte, oggi io ho l’onore di sedere tra voi, riuniti in Consiglio provinciale.
E voi mi perdonerete se queste poche parole mi sono permesse sullo stato della Provincia. Unico oggetto di questa adunanza essendo la elezione della Deputazione provinciale, non mi pareva consentito di farvi oggi quel rendiconto sulla Provincia, che il Prefetto suole fare all’aprirsi dell’ordinaria sessione del Consiglio; ciò solo avrebbe potuto indurre veramente a discussione, che pur sarebbe violazione della Legge. Ma ho creduto che questo rapido cenno mi potesse essere concesso in circostanza solenne, qual è la vostra prima riunione.
Né queste cose io dissi quasi a lode del Governo stesso, che io reggeva. No, signori; lo ripeto: se un difficilissimo trapasso poté compiersi senza scosse dolorose, e senza disordini, ciò si debbe a voi, alla civiltà, alla saviezza degli abitanti di questa Provincia: civiltà e saviezza, ch’io appunto invocava quando dapprima veniva tra voi.
A me, agli onorandi uomini, che meco operano in questi primi tempi del nuovo Governo una sola lode rivendico; ed è, di avere largamente contato su voi, su quella civile sapienza, di averne studiatamente seguito le tracce e profittato degli aiuti; di avere portato nell’esercizio dei nostri doveri tutto quel buon volere e quell’alacrità, che qui entrando vi prometteva.
Poi le libere instituzioni porteranno tra voi il frutto che è loro proprio, che portarono sempre ne’ paesi dove misero salde radici; e l’ingegno, la operosità dei cittadini, riportandosi liberamente sugl’interessi del Comune e della Provincia, daran loro forza e incremento. L’operosità privata, ammaestrata dalla pubblica istruzione diffusa; non inceppata da leggi restrittive o da privilegi; aiutata dal potente spirito di associazione, si svolgerà e produrrà quella ricchezza e quegli agi, che vano è aspettarsi dalla diretta opera del Governo.
E mi gode l’animo di poter qui affermare, per informazioni che reputo sicure, che fin d’ora il commercio di questa città riprende una via di accrescimento, che poco era da sperare in così breve tempo, e in questa parte dell’anno; sicchè mi è lecito d’augurare, che, non a solo vanto storico, Venezia ricorderà le sue antiche glorie e la sua antica potenza. Lo avvicendarsi di condizioni politiche assai tristi potè toglierle il suo antico splendore; ma, ricongiunta alla sua nazione, e vigorosa di nuova giovinezza, si ridesterà l’ingegno, e la ricchezza, che pur vi si accoglie e che, tenuta a solo godimento, viene scemando, si volgerà a produzione ed aumento. Coll’ingegno e colla ricchezza ben usata, vincerete le difficoltà nuove, come i padri vinsero le antiche.
Il mio augurio è nel vostro volere.
E così Venezia sarà esempio, stimolo e forza a Italia tutta. La quale ha pur sempre dinanzi agli occhi il mirabile esempio di un Re, che, a servigio della patria pose la corona e la vita, con eroismo, che quasi increduli i posteri ricorderanno; e ne ricorderanno i figli gloriosi, che noi vedemmo con orgoglio ed amore per l’Italia combattenti e feriti tra’ nostri figli e fratelli soldati.
Inspirati da tali esempi, noi faremo tutti il nostro dovere di cittadini operosi, amanti della patria. E quanto a me, che, non capo, ma vostro collega ed amico, mi sentii nell’ufficio, che mi fu assegnato, ho coscienza che al mio dovere per volontà e infingardaggine non venni meno. E in questi uffici principali, chi non li cerchi per ispeciale inclinazione, sono pure alcune fatiche più gravi, e talvolta ansietà e penose abnegazioni.
Per le quali cose, se una qualche simpatia, se un sentimento di memore benevolenza io potessi aver destato nell’animo vostro, mi terrei fortunato di aver colta larghissima ricompensa.
E con questo, o signori, in nome del Re, dichiaro aperta la prima sessione del Consiglio provinciale.

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